In una società in rapido cambiamento come la nostra il rapporto spettatore-attore e mass media è in continua metamorfosi. Un esempio immediato è la Televisione. Da strumento di alfabetizzazione popolare negli anni ’50 è passata ad essere mezzo per veicolare contenuti pubblicitari e poi media interattivo che si appresta ad abbandonare la tradizionale configurazione “mittente-messaggio ricevente” a vantaggio di una Tv interattiva i cui utenti possono scegliere liberamente cosa guardare e cosa no. Non è un caso che negli ultimi anni il numero di canali satellitari monotematici sia cresciuto a dismisura. Possiamo dunque affermare che i parametri strutturali della comunicazione umana si sono trasformati. E’ qui che occorre approfondire la “questione antropologica” in stretto contatto con il mondo delle comunicazioni sociali. Partendo dal presupposto come indica il cardinale Camillo Ruini nel suo recente libro Chiesa contestata che “sarebbe una ingenuità assai dannosa pensare di poter affidare ai media la parte preponderante nella costruzione di una cultura genuinamente umana e tanto meno nella proposta del messaggio cristiano”, si può affermare che quando si riflette sulle forme di comunicazione in sede ecclesiale, non bisogna mai perdere di vista, come dice lo stesso cardinale Ruini, “il valore del rapporto interpersonale, l’efficacia del simbolismo biblico e liturgico, la comprensibilità universale del linguaggio dell’amore operoso”. Fatta questa premessa, le nuove tecnologie, ed Internet in particolare, sono un ambiente pieno di risorse e di opportunità, ma anche di rischi e di trappole per la persona umana. L’atteggiamento della Chiesa che passa da una istintiva diffidenza ad una progressiva simpatia verso i media dice che si è attuato un cambiamento più profondo. Si è compreso cioè che l’accelerata innovazione tecnologica non è solo questione tecnica, ma coinvolge più profondamente l’uomo.
“Non basta usare i media… è necessario integrare questa messaggio nella nuova cultura creata dai moderni mezzi della comunicazione sociale” (RM, 37).
Del resto la Chiesa, sin dai tempi apostolici ha sempre fatto realisticamente i conti con la cultura, perché trattandosi di un dialogo l’evangelizzazione non può non tener conto dell’interlocutore. Anzi, come riconosceva un intellettuale laico come Gramsci dal carcere, la forza della Chiesa sta nella sua permanente ‘adattabilità’, cioè nella capacità di volta in volta di integrarsi dentro i mutati scenari socio-culturali. Di fatto occorre avere un ‘ecosistema simbolico condiviso’ e cioè sintonizzarsi con l’interlocutore perché niente è più inutile che parlare tra sordi e soprattutto dare risposte a domande mai poste. Di qui l’importanza di curare non solo il messaggio da proclamare, ma anche il mezzo che se ne fa interprete.
Da questo punto di vista certamente il noto assioma ‘il mezzo è il messaggio’ appare claudicante. Ma non si può negare che il linguaggio non è affatto indifferente per la comunicazione del messaggio. Solo per fare un’esemplificazione: apprendere per immagini è diverso che per concetti: altra infatti è la forza del concetto, altra quella dell’immagine.
Si richiede oggi dunque una doppia competenza per il comunicatore ecclesiale: conoscere la cultura mediale e ancor prima vivere il Vangelo che si intende contagiare. Il principio che tiene in piedi questa doppia qualità del credente comunicatore è che ogni comunicazione del Vangelo deve essere conforme alla realtà e adeguata all’uomo, cioè con un linguaggio che sia comprensibile e con una sensibilità che sia quella evangelica, dove cioè l’uomo, rivelato da Gesù di Nazareth (cfr. Gs 22) è posto al centro ed è la misura del reale. Due competenze saranno dunque sempre più necessarie: quella dei linguaggi e ovviamente quella della fede.
Un campo d’applicazione che conferma la necessità di esserci e non di evadere è il vasto mondo di Internet.
L’informatica - come è noto - è la rivoluzione che tocca la vita economica e la vita quotidiana nel profondo. Qualcuno parla a questo proposito di una sorta di terza rivoluzione, dopo quella agricola ed industriale. Nelle prime due il fattore chiave della trasformazione della natura era l’energia e lo strumento era la macchina, come il prolungamento del braccio. Qui il fattore decisivo è l’informazione e lo strumento è il prolungamento del cervello. Ci sono peraltro due apprensioni diffuse rispetto a questa nuova cultura informatica. Da un lato una difesa della memoria interiore e personale che sembra insidiata, come già Platone lasciava intendere a proposito della scrittura che dopo la fase orale avrebbe nuociuto all’interiorizzazione del sapere, rendendo ‘più saccenti che sapienti’(!). E dall’altro lato la possibile deriva agnostica prodotta da così tanti dati affastellati grazie alla nuova possibilità indotta dai motori di ricerca (basterebbe pensare a Wikipedia e comunque alla strutturazione del sapere su Google). Ciò nonostante non è difficile scorgere anche alcune straordinarie possibilità per la stessa evangelizzazione.
Almeno due vanno richiamate. Anche la chat può’ diventare luogo di incontro e di preevangelizzazione in quanto nel dialogo a distanza possono emergere questioni vitali e si può creare un contatto reale e dunque una prossimità possibile. Così come stare dentro l’aeropago di Internet con fierezza ed umiltà segnala in un mondo spesso distante la possibilità di una presenza che sia ispirata dal Vangelo.
Per questa ragione Internet che è il fiore all’occhiello della tecnologia odierna non può esserci estraneo. Si tratta di un ‘nuovo territorio’ da abitare per rendere ragione con amabilità della speranza che è in noi.
don Domenico Pompili
Direttore, Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali