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Tutorial Stagione 4

Che cosa sono i “meme”? Quando le vignette diventano linguaggio

Tutorial Stagione 4

2 Febbraio 2022
Che cosa sono i “meme”? Quando le vignette diventano linguaggio

 

Sono le foto dei gattini buffi che da vent’anni girano in rete. Sono le “faccine” disegnate male che si rincorrono in mille vignette umoristiche su Facebook e su Whatsapp. Sono le battute o i modi di dire tutti uguali che si ripetono sul web per periodi brevi o lunghi di tempo. Sono le notizie di attualità che come dei buchi neri distorcono e modificano al loro passaggio il campo gravitazionale della realtà che li circonda.

Sono i “meme” di Internet. E sono ovunque.

Ma che cos’è un meme? Per il dizionario Merriam-Webster è “un’idea, un comportamento, uno stile che si diffonde da una persona all’altra all’interno di una cultura”, ma anche “un immagine, un video, etc… divertente e interessante che si diffonde attraverso Internet”.

La parola meme, derivata dal greco mīmēma, “imitazione”, è stata coniata dal biologo evoluzionista Richard Dawkins nel libro del 1976 “Il gene egoista”. In sostanza, per Dawkins, proprio come i geni delle nostre cellule competono tra di loro per replicarsi e diffondersi, così le idee e i pensieri competerebbero tra di loro all’interno di una cultura per diffondersi, riprodursi, modificarsi ed evolversi, sempre secondo la logica darwiniana della selezione della specie.

Molti semiologi, esperti di comunicazione, filosofi e linguisti hanno acceso i riflettori sui limiti – anche evidenti – di questa teoria, tacciata di riduzionismo eccessivo, addirittura di essere un “dogma pseudoscientifico” di stampo materialista incapace di spiegare la complessità della mente umana e della cultura.

Eppure, con l’avvento di Internet, il concetto di “meme” ha conosciuto una nuova giovinezza. A proporre l’applicazione della teoria dei “meme” al web fu Mike Godwin su Wired nel giugno 1993.

Su Internet i meme diventano singole frasi concrete, o, assai più spesso, immagini e video, in grado di essere diffusi in milioni di bacheche, profili social e chat in pochi istanti, diventando così “virali”.

Su Internet, poi, siamo tutti autori. Basta poco per rilanciare un contenuto, aggiungendoci un commento o effettuando una modifica.

Soprattutto, grazie al web, possiamo studiare nel dettaglio l’origine, la trasformazione, la diffusione e la parabola di ciascun meme. Ci aiuta in questo un sito come knowyourmeme.com, che classifica origini e varianti di questi fenomeni fin dagli albori della rete.

È impossibile una tassonomia per classificare tutti i meme. Generalizzando un po’, possiamo proporre due macro-famiglie. La prima è quella degli eventi iconici che diventano parte dell’immaginario comune: esempi sono la testata di Zidane ai mondiali del 2006 o la trattenuta di Chiellini agli europei del 2021. Questi meme di solito generano molte parodie ma hanno vita più breve.

La seconda famiglia invece contiene espressioni, immagini o riferimenti di nicchia alla cultura popolare che però il web finisce per trasformare in vere e proprie frasi idiomatiche, in grado insomma di rappresentare sinteticamente dei concetti anche complessi. È il caso delle emoticon, diffuse a partire dagli anni ’80 nelle prime e-mail, è il caso delle “rage face” di un decennio fa che in un certo modo ne sono l’evoluzione, è il caso di foto casuali diventate celebri come “Bad Luck Brian” – diventato il volto della sfortuna, “Hide the pain Harold” – trasformato nel simbolo della sofferenza, il “Doge”, uno shiba inu che ha dato persino l’origine a una famosa criptovaluta.

I meme sono importanti perché non si limitano ad essere un passatempo divertente o un modo “moderno” di commentare notizie e avvenimenti, ma hanno un impatto enorme nel nostro linguaggio. Sono diventati in tutto e per tutto un linguaggio, del quale si sa ancora troppo poco. Ma il linguaggio non è mai neutro.

I meme sono infatti nati in quel pulviscolo di libertà della rete delle origini, ma presto sono diventati anche uno strumento impiegato nel marketing e anche nella propaganda politica, utilizzati in modo massiccio – e anche controverso – in molte campagne elettorali. Alcuni meme, come l’apparentemente innocente rana “Pepe”, sono stati banditi in molti paesi in quanto collegati a propaganda d’odio.

È importante dunque essere consapevoli dei significati – anche nascosti – dei meme nei quali ci imbattiamo: utilizzare un meme può essere utile, ma non conoscere tutti i risvolti della sottocultura nella quale è stato generato può farci incombere in gaffe o incidenti diplomatici anche di una certa gravità.

 

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