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Coronavirus, mons. Olivero: non è una parentesi

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8 Luglio 2020
Coronavirus, mons. Olivero: non è una parentesi

L’ultimo tutorial di mercoledì 8 luglio è intitolato: “Coronavirus, mons. Olivero: non è una parentesi” e vedrà la partecipazione di mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, che ha vissuto su di sé l’esperienza del Covid-19.

In compagnia del presidente WeCa Fabio Bolzetta, il vescovo Olivero ripercorre il suo ricovero lungo due mesi e la sua battaglia tra la vita e la morte, battaglia vissuta da uomo di fede.

«Se mi avessero chiesto a gennaio cosa avrei pensato se dovessi morire – ha confidato mons. Derio Olivero – avrei risposto “paura”. Sono un uomo di fede ma il passaggio mi ha sempre spaventato. Invece, nel tempo in cui sapevo che sarei potuto morire, sono sempre stato molto in pace, e mi chiedevo come mai, visto che avevo paura. Ho scoperto che c’è stata tanta gente vicina a me nella preghiera, sia in diocesi che fuori. Mi sono accorto come la preghiera e la vicinanza di altri mi ha fatto restare sereno anche davanti alla possibilità di morire».

«Ho imparato una cosa: la gratuità. Potevo essere morto due mesi fa e invece sono ancora vivo. Mi è stato dato questo giorno, non me lo sono meritato, mi arriva. Quando sono uscito dall’ospedale, dopo 40 giorni che non vedevo il cielo, mi ha colpito il cielo azzurro. Era il 5 maggio. C’era un cielo azzurro bellissimo. L’ho visto come se lo vedessi per la prima volta. Lì ho capito che stavo ricominciando un’altra vita. Spero che questa gratuità mi resti nel cuore».

Il vescovo Olivero ha appena pubblicato, nel libro “Non è una parentesi” edito da Effatà Editrice, la sua riflessione dopo l’esperienza del contagio da Covid-19: «Il rischio, nei momenti tragici, è di sperare di tornare come prima dimenticando ciò che si è vissuto. A mio avviso questo è sprecare un tempo importante come questo, dove qualcuno è stato malato, qualcuno ha avuto dei morti, qualcuno avrà crisi economiche. “Non è una parentesi” vuol dire che non ce l’ha mandata Dio questa pandemia, ma Dio ci parla sicuramente dentro questo tempo. In questo periodo siamo stati tutti “non praticanti”: noi che dividevamo la Chiesa in praticanti regolari e non praticanti, divisi da un grosso muro, ci siamo trovati tutti non praticanti. E il muro non c’era più. Anche noi abbiamo dovuto nutrire la nostra fede ascoltando la Parola della domenica, rendendoci conto che il cammino di fede di ogni credente è nutrito dalla Parola di Dio, non basta solo la messa. Abbiamo scoperto che i “non praticanti” non sono da buttare, che siamo accomunati dalla nostra ricerca, che la nostra pastorale si deve allargare, che le famiglie vanno sostenute. La Chiesa non deve dare un peso alla famiglia, ma aiutare la famiglia perché regga la fatica del vivere».

Questi mesi così difficili hanno fatto riscoprire a molti la potenza della preghiera: «Il nostro mondo molto secolarizzato non ha spento la ricerca di cura della spiritualità. Mi chiedo se la nostra Chiesa – parlo di Pinerolo – sia all’altezza di nutrire questa domanda». Una Chiesa che può imparare dall’esperienza del Coronavirus molto sulle relazioni: «Nell’isolamento e nel lockdown ci siamo resi conto che le relazioni ci mancavano come l’aria, e lo dico io che l’aria mi è mancata assai. Le relazioni non sono un ‘di più’ che abbelliscono la vita, ma sono essenziali per la vita e l’identità. A livello ecclesiale spesso siamo molto sovraccarichi di organizzazione e poco attenti alla relazione. Quanto sarebbe importante, nella pastorale, l’aiuto alla cura delle relazioni tra persone impegnate ma anche tra i praticanti e gli altri. Una Chiesa più in relazione all’interno è più capace di uscire, come ci dice papa Francesco. Ivo Seghedoni, nel libro “Non è una parentesi”, invoca “non una Chiesa che va in chiesa, ma una Chiesa che va a tutti”».

Dopo 38 appuntamenti settimanali, da settembre 2019, i tutorial WeCa riprenderanno nel mese di settembre 2020 ad occuparsi, ogni mercoledì, dei temi riguardanti la presenza – e la testimonianza – dei cattolici sul web.

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